Notizie Storiche sul Monastero

monasteroNell'anno 1344 Nardulo Accursucci di Trevi chiese al vescovo di Spoleto di poter erigere un monastero nella Piaggia.
Il vescovo accondiscese alle richieste di Nardulo concedendo che avesse regime e configurazione giuridica di monastero un insieme di casette di proprietà dello stesso gentiluomo; questi, oltre a concedere le predette case donava anche dei beni che aveva nella sottostante piana.
La richiesta di Nardulo era finalizzata ad assecondare il desiderio di sua moglie Lucia e delle loro figliole che volevano consacrarsi a Dio vivendo secondo una Regola approvata.
Il vescovo era il fiorentino Bartolo de Bardis, dell'Ordine di S.Agostino, uomo colto e di pietà, che, nato in una delle più illustri famiglie di Firenze, aveva deciso di entrare nell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino.
Questo non aveva impedito che le sue doti rimanessero nascoste ed era stimato dal Papa Giovanni XXII che gli aveva affidato una delle più importanti diocesi dello Stato Pontificio.
Ci si può domandare come mai non avesse, essendo egli agostiniano, dato a quelle donne tale Regola; in genere quando un gruppo di donne, a quell'epoca, voleva ritirarsi a servire Dio, non si poneva tanto il problema di militare sottoiquesta o quella Regole, ma di seguire Cristo ubbidiente al Padre anche ubbidendo a quella Regola che il vescovo riteneva opportuno concedere.
Solitamente i vescovi davano nello. stesso luogo la stessa Regola a più di un monastero: a Montefalco fu data la Regola agostiniana a due gruppi di donne, a Bevagna quasi nello stesso tempo quella benedettina ugualmente a due monasteri, a Campello due monasteri che erano separati solo da una viuzza avevano ugualmente la Regola di S.Benedetto: i presuli agivano in questo modo perchè qualora le due comunità avessero difficoltà di qualunque genere potessero essere unite e riprendere nuovo vigore senza che la diversità della Regola creasse problemi.
Anche nella Piaggia di Trevi due monasteri quasi contigui professavano la Regola di S. Benedetto: 'S. Lucia e S. Croce, che era stato eretto nel 1325.
Il monastero di S. Lucia videmaccrescersi il numero delle monache già durante la vita del fondatore.
La struttura mantenne sempre 1'aspetto caotico che derivava dall'esser nato da case unite insieme, e i disagi erano accentuati dalla posizione in forte pendio.
Il Concilio di Trento si occupò anche della vita e della struttura dei monasteri e dette delle norme a riguardo. Quando la diocesi spoletina ebbe la visita apostolica di Mons. Pietro de Lunel, egli visitò il monastero il 27 novembre 1571. Trovo che la chiesa e gli arredi erano in ordine, il cappellano era D. Pompeo Magnonus di Trevi. Trovò che le grate non erano adeguate e dispose che fossero rinforzate e duplicate. Il monastero fu trovato non solo piccolo, ma anche mal disposto; vi era una sola porta di accesso, ed anche scomoda ed era difficile trovare il posto per un'altra. Trovò che il dormitorio era scomodissimo, diviso in tante stanzette nelle quali le monache dormivano due a due; ordinò di ridurlo a dormitorio comune con una porta ben serrata. Un'altro problema erano le finestre, delle quali alcune che davano sulla strada erano troppo basse. Dispose che le monache di S. Lucia dessero un diverso assetto alla struttura del loro monastero, che egli definiva deforme e mostruosa; dovevano fabbricare la cucina e la cantina nell'orto posto tra il forno ed il refrettorio, e il refrettorio e la cantina allora in funzione dovevano essere uniti al dormitorio per renderlo più ampio. Nel monastero trovò 20 professe e 6 novizie; le monache si sostentavano ognuna con i propri mezzi, così che più che una vita comune vivevano quasi da private.
Le monache dovettero abbattere quelle casette appoggiate le une alle altre per costruire una nuova struttura che avesse aspetto e funzionalità di monastero. Quando il vescovo, cardinal Visconti, succeduto al cardinal Orsini, passò in visita il 4 agosto del 1602 vide i lavori in corso e dispose anche per altri interventi. La chiesa non era molto grande, e sulla parete di destra vi_erano due finestre con le grate ad uso di parlatorio, ed una, più vicina all'altare, che serviva sia per la comunione che per la confessione ed anche per ascoltar la messa. Vi era anche la ruota, usata anche per la sagrestia. Entrando trovò la clausura ben munita; il monastero era stato quasi tutto demolito e ricostruito negli anni precedenti; il dormitorio, su due piani, era stato già ricostruito, e fu trovato adeguato e funzionale. Il refettorio non era stato ancora terminato, perchè il monastero_ potesse essere completo si
doveva ancora costruire la cucina con altri ambienti.
Per quanto riguardava la vita delle monache erano cambiate molte cose rispetto alla situazione trovata dal De Lunel; le monache recitavano mattutino all'aurora, si confessavano e si comunicavano una volta al mese e per le feste di precetto; dopo prima praticavano un'ora di orazione comune, ed un'altra mezza dopo dopo cena. C'era la lettura durante i pasti.
ll monastero provvedeva alle monache pane, vino, olio, sale e aceto.
I redditi del monastero erano i seguenti: 34 rubbi di grano; 25 salme di vino; legumi quanto bastava all'uso della comunità; 30 callari di olio; 5 rubbi di biada.
Le monache provvedevano alle proprie necessità con i proventi del lavoro personale e versavano al monastero mezzo scudo l'anno oltre ad un giulio, o mezzo, al mese.
A quel tempo vi erano 25 professe, una conversa e due fanciulle, già accettate capitolarmente, i familiari delle quali avevano anche versato la dote che era stata impiegata per la fabbrica. La cosa fu criticata dal cardinale, in quanto ciò significava che esse non avevano più altra possibilità che monacarsi. Il confessore e cappellano del monastero era D. Girolamo Chini, parroco di S. Sabino di Parrano, che riceveva 12 scudi l'anno per tale ufficio. Le monache non avevano il fattore, avevano invece un mularoi che sbrigava le varie faccende; il medico lo passava gratuitamente la comunità, cioè la città. Non lasciò molte prescrizioni, ma insistette perchè fosse costruita una "tromba" di tavole alla finestra sopra la porta della chiesa, che era all'altezza del
vicolo, e capitava spesso che i passanti si fermavano a conversare con le monache che stavano in chiesa.
Dopo circa 20 anni, i tempi lunghi erano dovuti alle difficoltà economiche incontrate, nel 1633, il 23 di maggio il vescovo Mons. Lorenzo Castrucci pose la prima pietra della nuova chiesa. Essa fu edificata in buona architettura ed oranata con tre altari di stucco di pregevole fattura e di uno splendido organo.
La struttura del monastero aveva conseguito quella fisionomia che ha grosso modo fino al presente. Le monache continuarono la vita nel loro monastero mantenendo sempre' un buon nome per l'esatta osservanza della Regola.
La bufera conseguente alla Rivoluzione Francese si abbatte anche sul monastero di S. Lucia, che fu soppresso il 15 giugno 1810, il 6 luglio dell'anno precedente era stato preso prigioniero e deportato in Francia il Papa Pio VI.
Tornata la quiete, le monache potero reinsediarsi in S. Lucia e vi accolsero anche le superstiti di S. Croce, che non fu più ricostituito.
Forse il vescovo Bartolomeo nel concedere la regola aveva avuto l'occhio più lungo di quanto si potesse immaginare!

Alla riapertura del monastero c'erano le seguenti monache:
D. M. Camilla Bovarini
D. M. Arcangela Raspini
D. M. Candida Rossi
D. M. Giovanna Ferretti
D. M. Celeste Massoli
D. M. Crocifissa Massoli
D. M. Clementina Ubaldi
D. M. Teodora Corradi
D. M. 'Colomba Marroni

Erano passate a Spoleto
D. M. Nazarena Conti, di Spoleto, che poi tornò a S. Lucia il 25 agosto 1824 V
D. M. Gesualda Cesani, di Arrone
D. M. Agnese Fagotti, di Spoleto.


il 13 settembre 1810 era morta a casa sua D. Maria Luisa Schiavoni, di 74 anni e fu sepolta in S. Emiliano; l'8 marzo 1815 era morta la badessa D. M. Teresa Catasti di 72 anni, i funerali furono a S. Emiliano ma fu sepolta in S. Lucia.

Ritornarono anche sei converse:
Sr. Madalena Gelsomini
Sr. Rosa Mariannucci
Sr. Antonia Jacarelli
Sr. Domenica Casagrande
Sr. Benedetta Bucciarelli
Sr. Lucia Pollini
Sr. Serafina Caroni
Sr. Veronica Selvi
Sr. Anna Toppa


Il 22 di ottobre entrarono il primo gruppo di quelle che provenivano da S. Croce
D. Anna Vittoria Petrolini
D. M. N azarena Lupacchini
con le converse
Sr. Scolastica Maghini
Sr. Benedetta Scardazzo
altre di S. Croce erano venute a Spoleto.


Essendo Morta la badessa, Donna Teresa Catasti, fu eletta quale presidente D. Maria Arcangela Raspini.
ll 23 dicembre, sempre del 1815, tornarono da S. Cecilia in Trastevere le quattro monache di S. Croce che non avevano voluto accettare di vivere fuori di comunità:
D. Anna Metilde Rota, badessa di S. Croce
D. M. Teresa Mazzini
D. M. Geltrude Ulpini 1
D. M. Eleonora Antonaroli


Nel maggio del 1816, dopo che si erano un poco riorganizzate le cose ci fu un corso di esercizi, predicato da un prete romano, D.Gaetano Bonanni, della cerchia di S. Gaspare del Bufalo, che poi rimase sempre operante nella diocesi di Spoleto e quando fu eretta Norcia a diocesi ne divenne il primo vescovo.
Il 29 di aprile le monache rivestirono nuovamente l'abito monastico, che avevano tutte deposto secondo quanto prescritto dalle leggi, ad eccezione delle quattro zelanti di S. Croce che si erano rifugiate in S. Cecilia. 112 giugno del 1816 fu tenuto il primo capitolo, e ad unanimita di voti fu eletta badessa D. Anna Metilde Rota, che elesse vicaria la Raspini. Le clue si avvicendarono per molti mandati.
Alle ore 17 del 1 ottobre 1837 fu eletta D. Maria Luisa Prosperi.
I primi anni dopo la riapertura videro avvicendarsi nella guida del monastero Donna M.Meti1da Rota, gia badessa in S. Croce e Donna M. Arcangela Raspini, corista in S. Lucia; il loro saggio governo riusci a superare i problemi che derivavano dai tanti accadimenti e dal patrimonio assottigliato.
Succesivamente il monastero ebbe una valida guida in Donna Maria Luisa Prosperi.
Il 24 ottobre del 1859 ottennero dal papa di poter incominciare Fufficiatura monastica, con tanto entusiasmo e con notevoli difficolta e la notte di natale del 1860 cominciarono ad officiare nel nuovo coro.
Dopo l'unita d'Italia nuove nubi si addensarono sul monastero, che fu posto all'asta e poi ricomprato dalle monache stesse, che riuscirono ad evitare di uscire di nuovo.  Anche per S. Lucia ci furono sofferenze ed amarezze a motivo dei prestanomi che avevano permesso la riacquisizione dell'immobile, in quanto l'operazione finanziaria veniva impostata in una maniera virtuale e non reale, e gli eredi poi si sentivano autorizzati ad avanzare pretesevsui monasteri stessi. L'ultimo periodo del secolo e gli inizi del nuovo furono caratterizzati dalla saggia ed energica guida della Pellegrini che riuscì a dare un tono molto elevato alla vita del monastero.
Il 29 luglio del 1911, dopo lunghe trattative, si unirono alla comunita 3 converse e 3 coriste di Citta di Castello, che non accettarono la volonta del vescovo Mons. Carlo Liviero di diventare Giuseppine. Il problema principale era il timore che potesse venir meno quell’armonia dei membri del monastero che era stata raggiunta con tante difficolta; l'altro problema erano le doti delle monache di Citta di Castello, in quanto in quel periodo quelle di S. Lucia vivevano nelle ristrettezze e nella poverta per le notevoli spese sostenute per riscattare il monastero, anche se ufficialmente era Liberato Ciri l‘acquirente, e agli innumerevoli garbugli nei quali D. Alessandro Muzi aveva cacciato il monastero di S. Chiara di Montefalco 'e quello di S. Lucia di Trevi,
facendole arrivare a vie legali anche per cercare di salvare i beni residui dalle pretenzioni degli eredi del Muzi.
Nel 1963 fu unito a S. Lucia il Monastero di S. Alo di Spoleto, fondato dalle benedettine di Spoleto dopo che era stato incamerato quello di S. Agata al quale erano pervenute da S. Paolo inter Vineas e da S. Giovanni della Porta d'Annibale.
Il resto e storia di questi giorni.

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